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4月16日 Azzurra...libertà???????AZZURRA...LIBERTA'???? quando - PER SBAGLIO - ti imbatti in Gianfranco, Gianni e Ignazio....
L'orologio segnava le 19:30. Io, sempre più amareggiata, uscivo dall'Ansa, voltavo a sinistra e scendevo Via della Dataria. Ma non avevo voglia di tornare subito a casa. Quando è la malinconia che mi assale preferisco restare in giro, e camminare, facendomi cullare dalle luci della capitale, dondolando lungo le sue vie. Ecco che passo davanti Palazzo Chigi, perchè io sempre devo passare davanti Palazzo Chigi. E' qui che si decidono le sorti del mio paese, non posso privarmi di questa tappa ordinaria, neppure oggi, in cui l'Italia è ancora in visibilio/sgomento per i risultati di ieri, che hanno consegnato al Cavaliere lo scettro del potere. Ma tutto tace in quel di Piazza Colonna, ed anche più su, a Piazza Montecitorio, totale deserto. Così mi immetto in una di quelle viuzze scoscese che costeggiano la zona, ed inizio ad errare, a destra e poi a sinistra, e poi vado diritta, e poi giro di nuovo, ed ecco che sbuco davanti a BORTOLUCCI, uno dei negozi che più amo della capitale. Il nome forse non vi dirà nulla, ma non potete non conoscerlo: si trova su una delle stradine che unisce il Pantheon a via del Corso, ed ha un marchio di riconoscimento: un Pinocchio gigante seduto sulla panchina davanti all'entrata. Si tratta di una delle poche botteghe artigiane ancora presenti nel centro storico. Lavora il legno ed offre una vasta gamma di prodotti: orologi a muro, portapenne, clessidre, aeroplanini, segnatavola, salvadanai e, udite udite, anche dei "portadentini", a forma di mucca, ranocchio, coniglio, cane, gatto, angelioletti, bebè insomma, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Mi piace passare del tempo qui, adoro la magia di queste mura che sanno di vecchio, si respira ancora l'odore della segatura. Non so, ogni volta che metto piede qui dentro mi sembra di entrare in un luogo fatato, al di là del tempo e dello spazio, in cui orologi convivono con aeroplani, cani con gatti, i conigli sorridono, le mucche strizzano l'occhio.
Esco dal mio paradiso delle favole preferito, e proseguo a sinistra, direzione Pantheon. Percorro cento metri, non di più, quando ecco che, in lontananza, proprio nei pressi di piazza della Rotonda, scorgo un gran frastuono. Non ho neanche il tempo di prender coscienza di quanto sta accadendo che una macchina, sfrecciando dalla destra, si ferma davanti a me, interrompendo il mio cammino. Considerata la stazza, la cilindrata e i vetri oscurati, capisco subito che chiunque può esserci dentro tranne lo spazzino del Pantheon (senza togliere nulla agli "operatori ecologici", sia ben chiaro). Ecco una schiera di bodyguards avvicinarsi al veicolo, lo sportello si apre ed esce nientepopodimenoche Gianfranco FINI (futuro Presidente della Camera, amici miei, secondo fonti Ansa). Io sono posizionata proprio davanti a lui: un vero e proprio omone, lì per lì direi che sfiora i due metri, ma non è tanto la statura a catturare la mia attenzione, quanto il suo colorito: una carnagione bronzea, sembra appena tornato dai Caraibi, altro che spogli elettorali! Le guardie del corpo a suon di spintoni aprono un varco respingendo la massa di curiosi che si stavano accalcando intorno alla macchina. Ironia della sorte e - soprattutto - non so per quale motivo, io vengo, "di diritto", accorpata allo "staff" di FINI : uno della scorta infatti mi fa il cenno di proseguire e aggregarmi, chissà, forse avrà pensato che sono l'addetta alle lampade di Gianfranco! Con la "tranquillità-cela-curiosità" che mi contraddistingue in simili situazioni, ecco che senza batter ciglio mi unisco al corteo, avremo fatto sì e no sette metri, il tempo di raggiungere un palchetto allestito (secondo me all'ultimo momento e in tutta fretta), alla sinistra del Pantheon. Risuonano nella piazza le parole di ALEMANNO: "Romani vi chiedo un ultimo sforzo!", urla con voce ferma il candidato sindaco del Pdl. Appena mi rendo conto che Piazza della Rotonda è gremita di gente, senza alcuna intenzione di render omaggio alle tombe dei re andati, mi separo dalla mesta processione a cui dolente o meno avevo preso parte, e mi mescolo tra la folla. Basta con questi vip, voglio sentire un pò che si dice lì dal basso. Intanto ALEMANNO ha lasciato la parola al mio "assistito", tal FINI, che si complimenta con la folta schiera di sostenitori, e dice che la vera festa è posticipata di due settimane, non appena si conosceranno gli esiti del ballottaggio. Ed una battuta, non può mancare, sulla parte lesa di queste elezioni: " Oggi Veltroni ha dichiarato che il Pd ha pagato le colpe del precedente governo, beh non era necessaria certo una campagna elettorale di quelle dimensioni per capire ciò!" Mi soffermo a guardare le facce di chi mi circonda: tutti sventolano una bandiera bianca col simbolo verde-bianco-rosso e indossano una maglietta blu con una stampa: "Silvio c'è". Emanano contentezza i loro occhi, "beati loro che se la ridono" -penso. Vorrei che salisse anche BERLUSKA su quel palchino, con lui sì che ho da fare quattro chiacchiere:
Ma FINI mi legge nel pensiero, e conclude il suo breve intervento dicendo: "Vi porto i saluti anche di BERLUSCONI, che non ha fatto in tempo a venire". Pazienza, vorrà dire che conserverò la domanda per un'occasione più propizia. Così abbandono la postazione a fatica conquistata e mi porto dietro al palco, sia perchè cerco sempre una visuale particolare, e quella da dietro è la migliore, sia perchè, E SOPRATTUTTO, il dietro del palchetto dà su Via Minerva, ed io devo passare da lì per tornare a casa! Intanto il convegno è terminato, breve saluto conclusivo di Luca BARBARESCHI che annuncia l'ufficialità del ballottaggio RUTELLI-ALEMANNO, ed è proprio quest'ultimo che mi passa davanti, osannato come un re da una marea di ragazzi che fanno a spintoni per stringergli la mano. Io mi guadagno un posticino di tutto rispetto appoggiandomi sul cruscotto di una delle due mercedes che circoscrive il perimetro del palco, e fitta fitta inizio a guadarmi intorno con la speranza di vedere qualche "illustre collega" a cui stringere la mano (e per un giornalista sì che lo farei). Ne inquadro uno, sembra ben inserito nel giro: l'avevo già visto all'inizio, mentre "accompagnavo" FINI; ed ora lo trovo che fa tutto il bello sul palco, armato solo di blocchetto e penna. Forse però si è fatto prendere dalla troppa foga, oppure non era preparato a reggere il peso del palco, fatto sta che, a un certo punto, sta per fare un scivolone, in quanto anzichè servirsi degli appositi scalini, sulla destra, lui tenta di scendere da dietro, forse per risparmiare la fila, peccato però che stia per fare un bel salto nel vuoto, scongiurato in extremis da un tizio in giacca e cravatta, che lo sorregge e lo riporta sulla... terraferma! Inutile dirlo che io seguo la scena nei dettagli, e faccio un gesto di stizza perchè, porco cane, quello sì che poteva essere una notizia buona. Già avevo pensato al titolo:
Sottotitolo: Il Pdl tenta di far fuori un giornalista, è solo il primo di una lunga serie...
Sarebbe stato proprio un bello scoop, peccato.
Nel frattempo mi si avvicinano due signore di una certa età, armate di bandiera con cui in un paio di occasioni attentano alla mia incolumità. "Siamo arrivate tardi! Cosa hanno detto? Si fa il ballottaggio?" - mi chiedono. "Sì sì - rispondo io- l'ha detto Luca BARBARESCHI!" Voleva essere una battuta la mia, peccato però che loro non la recepiscano... iniziano ad esultare festanti e ad urlare: "Ignazio Ignazio Ignazio" Io, al solito, non capisco. Ma ecco che, a due metri da noi, sta per scendere dal palco (e mica è cretino come l'amico giornalista, lui le usa le scale!) Ignario LA RUSSA. Le donne continuano a chiamarlo, lui si gira, le vede e fa il gesto di avvicinarsi , sicuramente si conoscono, almeno stando al grado di confidenzialità che traspare dall'esterno. "Ma dove sono i braccialetti?" - gli chiede una. Lui, colmo dei colmi, guarda me e mi chiede: "Dove sono i braccialetti?" Io istintivamente scuoto contemporaneamente testa e spalle, a dirgli: "Non lo so", ma poi ci penso: Braccialetti? Quali braccialetti? E soprattutto cosa ne dovrei sapere io? Per chi m'ha scambiato ora questo qua? Certo che questa gente tanto bene non sta, è fuori dubbio ciò... Ne ho viste abbastanza per oggi, e poi, signori miei, scusate ma Ignazio è veramente brutto, e dopo che una persona incrocia il suo sguardo lo shock è inevitabile, parola mia! Così quatta quatta mi alzo il colletto della giacchetta, e prendo, finalmente, la via di casa. Inizio la salitina che costeggia il Pantheon e, all'altezza della Biblioteca Spadolini mi giro. Questa posizione mi permette di avere una panoramica completa, finalmente osservo il tutto dall'esterno, e così posso lasciarmi andare alle mie riflessioni.
Ho appena avuto a che fare con una "festa", c'erano decine e decine di persone che esultanti festeggiavano l'inizio di una nuova era. Ripenso alla gioia che traspariva dai volti dei ragazzi al mio fianco, ed un po' li invidio, perchè loro almeno, oggi, sono felici. Commentavo i risultati delle elezioni, stamani, con un collega, e lui mi ha confidato di esser diventato "Apolitico" oramai. Beh, io apolitica lo sono sempre stata, purtroppo, non ho mai incontrato un leader che sia stato in grado di trasmettermi fiducia. Ripenso ai due anni di governo della Sinistra, e mi vengono in mente i tre grandi flop che l'hanno vista protagonista: mi riferisco alla piaga dell'immigrazione che non è riuscita a gestire; all'emergenza sulla sicurezza nei posti di lavoro, quel dramma delle "morti bianche" che un sindacalista al governo ha fatto aumentare, anzichè diminuire. Ma soprattutto penso all'indulto, quel provvedimento che nel 2006 rimise in libertà 27mila detenuti, risbattutti per strada senza un minimo di integrazione, un minimo di assistenza, e non è un caso se oggi il sovraffollamento delle carceri preoccupa sia a destra che a sinistra, con un surplus di circa 10mila unità, senza contare che, i 2/3 dei "graziati" dall'indulto, si sono resi protagonisti di altri reati, e sono tornati dietro le sbarre. Il risultato di tutto ciò è un Parlamento che da domani non annovererà più socialisti , e neanche comunisti, e tantomeno Verdi (vogliamo parlare dell'emergenza rifiuti?). Prevedibile tutto ciò? Non ne sarei tanto sicura. Soprattutto perchè è tornato al potere uno che si è già comprato Palazzo Grazioli, un edificio a 4 piani sito a 50 metri da Piazza Venezia, e che ora mira direttamente al Vittoriano, altrimenti perchè credete che stiano facendo i lavori alla facciata principale? C'è da stare tranquilli? No. Io non riesco a sorridere come tutti lì a Piazza della Rotonda, non riesco a sventolare una bandiera in cui non mi riconosco, non mi unisco ai cori "Azzurra libertà è il sogno che c'è in noi..."
Improvvisamente ho un flashback. Era il 1993, questo stesso periodo dell'anno, avevo 10 anni. Io, mia sorella e due nostre amiche ci eravamo precipitate a Piazza Regina, perchè il suono degli amplificatori si sentiva fino a casa. Era in atto la festa del nascente partito di FORZA ITALIA, si acclamava l'astro nascente ciociaro, IANNARILLI, e ci avevano dato palloncini, penne, e pure la t-shirt, che io tolsi subito però, arrivata a casa, perchè era la xl, e mi stava grande, mi faceva da vestito! Due mesi dopo avrei avuto gli esami di quinta elementare e, visto che ero la "più brava" della classe, fui interrogata dal direttore. Mi fece non so quante domande, a un certo punto mi chiese chi era il Presidente della Repubblica. Io risposi, senza esitare: "BERLUSCONI". La maestra Rita divenne tutta rossa, al direttore andò di traverso la saliva e, dopo aver deglutito, mi disse: "No, Berlusconi ancora non è il Presidente della Repubblica". Avevo dieci anni, era il giugno del 1993. Forse già lì emerse la mia indole poco spiccata ad afferrare quanto di "politico-giuridico-costituzionale" accada nel mondo. O forse, chissà, già allora ero stata in grado di vedere "oltre", preannunciando quello che sarebbe stato lo scenario futuro...
Magari, fra molti anni, mi ritroverò a fare lo stesso discorso ai miei nipoti. Gli racconterò che io, quel 15 aprile, finito all'Ansa ero andata al negozio di Pinocchio, ed uscita da lì -per sbaglio- mi ero imbattuta in Fini, Alemanno e La Russa, e mi ritrovai a Piazza della Rotonda, ad ascoltare persone festanti che cantavano "Azzurra libertà....."
4月3日 Orfani adultiOrfani adulti
Con mille cautele il direttore di Vanity Fair Luca Dini , sapendo che il 10 marzo è morta improvvisamente mia madre, mi chiede di scrivere sul dolore dell’orfano adulto, “sulla nostra generazione che cresce con la certezza della presenza dei genitori, impreparata all’inevitabile”. Accetto perché dal 10 marzo non penso ad altro che a mia madre, magari scriverne ha un senso, chi lo sa. E’ troppo presto per capirlo. Io però al dolore ero preparata da ventiquattro anni, dal giorno che morì mio padre. Anzi da quattro anni prima, quando seppi che era malato di cancro. Ero un’egoista di diciotto anni e reagii malissimo, nel peggiore dei modi, disperandomi e fuggendo. Tornando soltanto per stare con lui la notte che morì, una notte che abbiamo diviso io e lui soli. E’ dolce stare accanto a chi muore. In qualche modo quella notte mi sembrò di averlo partorito io, mio padre, mentre se ne andava dolorosamente: per niente sereno, per niente forte, umano come Cristo in croce. Da allora non vivo più a Ferrara, e mia madre era rimasta sola nella casa dove sono cresciuta, un appartamentino luminoso con un corto corridoio che a cinque anni mi sembrava perfetto per giocarci a palla con mio fratello Micione. Sono figlia di genitori anziani, da piccola mia madre me lo ripeteva sempre , sottointendendo che avrei dovuto presto mantenermi da sola, e così ho fatto. Lei lo diceva per scaramanzia, in realtà sarebbe stata felice di mantenermi fino ai cinquant’anni, se avesse potuto e se glielo avessi permesso. Si chiamava Giannarosa e lo zio Ferruccio, buontempone, la chiamava “la Gennerosa”, alludendo alle sue grazie abbondanti ma anche alla sua indole romagnola, prodiga e impulsiva. Dal giorno che mi sono trasferita definitivamente a Milano, a 23 anni, le ho telefonato o mi ha telefonato ogni giorno entro le undici del mattino, cascasse il mondo. Con mia sorella Donatella dicevamo che la mamma era della Cia: riusciva a telefonarmi in Asia, a Sarajevo durante la guerra, su un’isola senza telefono. Riusciva a chiamarmi ovunque e io riuscivo a chiamarla da ovunque, anche molto prima che inventassero i cellulari. Per anni il mio sogno ricorrente è stato dover chiamare mia madre e non riuscire a trovare un telefono. Non che facessimo grandi conversazioni: lei voleva soprattutto verificare che io fossi viva, che durante la notte una fuga di gas o un serial killer non mi avessero uccisa. Quando poi sono nati i miei figli, voleva controllare fossero vivi anche loro. Ci vedevamo al massimo ogni due mesi, poi a Natale e al suo compleanno. Non parlavamo tanto: non potevo raccontarle quasi niente per timore che “stesse in pensiero”, così le dicevo solo cose belle, o almeno ci provavo. Non sono mai stata ottimista né allegra, quindi non credo di esserci riuscita tanto bene. Le portavo libri e regali, mangiavamo al sole, parlavamo dei bambini, criticavamo gli sconosciuti. Avevamo un legame fortissimo, cementato nell’infanzia. Non mi ha mandato alla scuola materna, secondo lei per farmi dormire di più. Faceva la maestra, usciva come una furia con la sua A112 color crema alle 8 del mattino e alle 8.05 era a scuola. Ferrara era una piccola città. Io stavo in casa con la donna delle pulizie, che un giorno rimase chiusa fuori mentre stendeva il bucato e per rientrare mi infilò dentro una finestra calandomi dal terrazzo condominiale: mia madre quando lo seppe ci morì, ma non poteva licenziarla perché se no a chi mi lasciava? L’unica nonna superstite abitava a Bologna, mia sorella Donatella faceva il ginnasio, mio fratello Micione era un gatto, mio padre faceva il rappresentante ed era sempre in giro per stalle della pianura padana con la sua 1500 carica di mangimi, portachiavi da regalare ai clienti, scatole vuote di biscotti che divorava in viaggio, agende, cartucce del fucile da caccia… Adorava il suo lavoro, la campagna, gli allevamenti, ma siccome sia lui che mia madre erano figli di laureati che per via della guerra o della loro pasticcioneria non avevano potuto finire gli studi (il babbo in Agraria e la mamma in Lingue) mi ripeteva sempre che io dovevo laurearmi e non sposarmi mai. Non mi sono laureata e mi sono sposata due volte, ma sono sicura che se il babbo mi avesse visto condurre il Grande Fratello si sarebbe parecchio divertito e ancor di più se quest’anno avesse potuto vedermi intervistare il suo idolo Mike Bongiorno. Vedi direttore che non sto parlando di morte? Forse hai ragione tu a dire che la nostra è una generazione impreparata al dolore. Ma la morte è questo: è la vita, sono i ricordi, è la nostra infanzia, è la nostra storia. E’ amore. Tutto l’amore che chi se ne va ci ha dato. Per quello piangiamo e soffriamo così tanto quando ci muoiono i genitori : sappiamo bene che nessuno ci amerà mai più così. Ci piangiamo addosso, meschini. Se muoiono di malattia è un’agonia. Se muoiono improvvisamente una sciabolata nel cuore. Ti manca un pezzo e non ci puoi credere che potrai vivere senza il loro sguardo che ogni giorno ti manca di più. Capisci che l’unica cosa che conta nella vita è l’amore che puoi dare a chi te lo chiede, che siano i figli o i nonni o la prima persona che incontri per strada. Ti illudi che passerai il resto della vita ad amare gli altri. Forse lo farai. Forse no.
postato da: Daria Bignardi alle ore: 10:42 fonte: http://bignardi.style.it/ |
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