Romina's profileRomina's worldPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
Romina's world |
||||||||||||||||||||||||||
|
il mio pane quotidiano
|
October 01 Quanto è fredda questa mattinaQuanto è fredda questa mattina
CROCEVIA
Non volevo addormentarmi ieri sera. Sono stata fino alle 4 inchiodata qui davanti lo schermo, e fino alle 5.30, forse, nel letto, a girarmi e rigirarmi nell’intento di non pensare. E’ come se fosse stato l’ennesimo tentativo, l’ultimo, di restare appigliata a quella realtà che mi stava scivolando via, inevitabilmente, e solo ora iniziavo a prenderne coscienza. Sapevo infatti che quando mi sarei svegliata, il giorno dopo, tutto sarebbe stato, ufficialmente, finito, ed avevo paura. Avevo ragione nel voler rifuggire questa sensazione, eppure non si può. Ed ecco,stamani, la telefonata che ti aspetti, a porre definitivamente la parola fine. “Sono usciti i risultati, non hai passato lo scritto per il dottorato, mi spiace tanto” – mi dici tu, amica mia, dall’altro capo del telefono. Me lo aspettavo, è vero, però fin quando mancava l’ufficialità c’era sempre quell’1% di possibilità che no, magari non era come pensavo io. E invece sì.
C’è il sole oggi, qui ad Alatri. E fa anche caldo, almeno a quanto dice mamma che già è uscita per fare la spesa. Eppure io sento freddo, tanto freddo, in questa mattinata di inizio e di fine. Ho un buco grande dentro, una sensazione di vuoto che mi gela, mi fa contrarre i muscoli, stringere le spalle, sbattere i denti e piangere, piangere. Vado giù e poi risalgo su, vado in veranda, in camera dei miei, in cucina, in salotto, tentando di riappropriarmi di quei perimetri che avevo abbandonato, un bel po’ di tempo fa, e che sono rimasti immutati.
Ho lasciato Roma in punta di piedi, ieri, senza dir nulla a nessuno, o meglio, solo a pochi eletti. Perché era difficile, per me, spiegare quel che mi stava accadendo dentro. Temevo che le persone non mi avrebbero capito. Del resto io sono la prima che fatico a capirmi.
“Devi smetterla di mettere sempre avanti l’orgoglio, i tuoi erano felici di mantenerti a Roma, visto che gli dai tante soddisfazioni. Perché? Perché non ti sei data un po’ più di tempo? Si vede che ti piace proprio complicarti la vita…” – è stato uno dei tanti commenti che ho ricevuto ieri sera, a cose fatte. Forse è vero, eppure io sentivo che dovevo farlo questo passo. E’ stata l’esperienza a Londra a farmi aprire gli occhi, a farmi capire che il tempo delle favole era finito, ed era arrivato il momento di prendermi le mie responsabilità. Perché fin quando vivi sotto la protezione della famiglia, fin quando hai lo status da studente che ti copre le spalle, ti sembra normale chiedere –pretendere - prima 50, poi 100 euro a papà, ogni settimana, perché tu vivi a Roma,e Roma costa tanto, e poi hai la cena fuori,e con meno di 20 euro non ci paghi neanche l’antipasto. Poi d’improvviso ti trovi a far fronte ad una realtà diversa, ed ecco che capisci l’importanza dei soldi. Vedi amici attaccarsi ai pence, vedi ragazzi implorare i manager di turno per fargli fare gli straordinari, vedi ingegneri nel loro paese diventare uomini delle pulizie qui, li vedi pulire i cessi, ed anche tu ti ritrovi a pulire i cessi con loro. Fa schifo ad entrambi quel lavoro, eppure abbassi la testa e lo fai, e mentre lo fai ti cerchi di pensare ad altro, magari al barbecue della domenica, in cui finalmente si riuscirà a mangiare un po’ di carne.
Anche perché tu sai che devi stringere i denti, e che manca poco al tuo ritorno in Italia, e pensi a Roma, a quella casetta bella, centrale e iperfunzionale, che ti aspetta al lato del Colosseo. Pensi al tuo giornale, alle inchieste a cui stai lavorando, e che speri facciano scalpore. Ti convinci che lì è solo una parentesi, e che quando torni tutto tornerà come prima. Ma non è così. Perché cerchi di riprendere la tua vecchia vita, di ri-immegerti nel tram tram quotidiano, però non ce la fai: sai che non è giusto. Non è necessariamente colpa tua se ti trovi in questa situazione, è vero, però è facile prendersela col SISTEMA, contro quel precariato che non garantisce ai giovani una proprio indipendenza, approfittandosi dei loro sogni. Tutto d'un tratto ti senti complice di quel sistema, e così decidi che è meglio far un passo indietro, anzi tre come diceva Troisi.
Hai delle certezze dentro di te, prima di tutto sai cosa vuoi fare nella vita: SCRIVERE. Però sai anche che puoi continuare benissimo a farlo a distanza, che non sei vincolato a garantire la tua presenza in redazione. Certo non è uguale, ti scorderai i titoli in prima pagina, però magari ne gioverà la tua coscienza, il rispetto per quel qualcuno che ancora continua a pulire i cessi, per mantenersi…
Mi sono adagiata sugli allori negli ultimi anni, è ora di finirla. E’ ora di ricominciare tutto da zero, ma cominciarlo per bene.
Eppure quanto è stato difficile dire addio a tutto….
Queste ultime settimane non sono state facili, soprattutto lì a Largo Pannonia numero 1. Scadenze da rispettare, esami da preparare, richieste da inoltrare, padrone di casa da picchiare., abbiamo rischiato un esaurimento collettivo, amiche/coinquiline mie. Ed io, al solito, ho reagito nella maniera che mi è più congeniale, vale a dire isolandomi. E’ così che mentre tutte ve ne stavate in salotto per cercare di far quadrare conti, bollette, conguagli e roba varia io me ne stavo rinchiusa, in camera mia, perché “dovevo studiare”- dicevo. E poi apparivo, tutto d’un tratto, all’ingresso: “Io esco ci vediamo dopo”. Senza borsa, senza cellulari, senza chiavi, senza nulla. Solo le cuffiette e la felpa con il cappuccio, perché la sera fa freddo. Così mi incamminavo verso il Colosseo. Mi accucciavo sopra un masso e me ne stavo lì da sola, per ore intere. Parlavo al Colosseo dei miei dubbi, delle mie paure, del mio malessere, lo osservavo e con gli occhi lucidi gli dicevo: “No non deve finire tutto così, aiutami tu ti prego”. Ma lui restava lì, immobile, dall’alto della sua storia millenaria. Ed io tornavo a casa, e la tristezza era rimasta immutata. Era strano il mio comportamento, lo so. Ma era un mio tentativo per ammortizzare il colpo. Inconsciamente mi convincevo che se mi fossi allontanata da voi un po’ alla volta, giorno dopo giorno, il distacco, poi, sarebbe stato più facile. Mi sbagliavo, ovviamente.
E poi c’è il giornale, anzi la redazione. Dio la redazione. E’ stata la mia seconda casa per questi due anni, non riesco ad immaginare le mie mattinate al di fuori di quelle quattro mura. Chiudo gli occhi e penso al mio computer, l’ultimo della fila, vicino allo studio del direttore. Già perché quella io la considero la mia postazione, seppur ogni mattina dovevo litigarmela con Lorenzo, e chi arriva prima se lo prende, chi arriva tardi si deve accontentare del terzo da sinistra, ma quello è il computer degli sfigati, perché non ha word, solo neo-office. Ieri sera rileggevo le parole che scrissi, sempre su queste pagine, nel dicembre 2006. Erano passati solo due mesi dal mio ingresso al numero 248 di via dell’Acqua Bulicante e già avevo parole di stima verso tutti i miei colleghi, seppur di alcuni sbagliavo ancora il nome. Parlavo di un sogno iniziato grazie al Corriere Laziale. A distanza di venti mesi sottoscrivo quelle parole, e le sottoscrivo con la consapevolezza di chi ha maturato il suo piccolo bagaglio di esperienza, chi sa di aver imparato molto, ma non solo.
Perché il giornale mi ha dato la forza di credere in un sogno, un sogno che ha a che fare con la carta stampata, con la sete di verità, con la voglia di emergere. Perché poi, se non sei del mestiere, non puoi capire.
Non capisci le nottate in bianco, alla vigilia dell’uscita di un pezzo grosso.
Non capisci l’inquietudine, che non ti molla fin quando non vedi quel pezzo su carta.
Non capisci il tempo impiegato nello scrivere un articolo, nel dosare le parole, nel cercare i riferimenti che magari solo una persona coglierà.
E non capisci l’orgoglio, che ti bolle dentro, quando qualcuno che non hai mai visto prima si presenta dicendoti: “Io ti conosco come firma”.
Non capisci tutto questo se non hai passione per questo mestiere.
Non posso mettere sullo stesso livello la formazione universitaria e l’esperienza in una redazione giornalistica, non sarebbe giusto. Eppure per me non c’è paragone tra la soddisfazione di un 30 e lode ad un esame e la soddisfazione nell’aver scritto un bell’articolo. Vince di gran lunga la seconda, e se poi è anche ben impaginato beh! L’apoteosi proprio.
E’ successo tutto troppo in fretta, non è giusto: il post-Londra, l’inchiesta, il dottorato, la febbre, il posto a rischio, il trasloco. Non ho avuto tempo di fermarmi, di riflettere, di guardarmi allo specchio e dirmi: cavolo, sta andando tutto allo sfacelo, cerca di salvare qualcosa, capisci quale sono le tue priorità. Non l’ho fatto, ho agito di impulso, e solo ora mi rendo conto delle conseguenze…
Ma quanta è fredda questa mattina. Ho paura di domani. Di quel che sarà il mio domani. Ed è vero che le cose belle sono destinate a finire, ma io mi chiedo perché, perché, perchè? Penso che forse sono io ad aver sbagliato, a farmi “il mazzo” in questi anni per portare a termine i miei studi nel più breve tempo possibile e nel migliore dei modi. Perché se me la fossi presa comoda a questo punto avrei ancora il mio status da studente a giustificare l’affitto per “fuori sede”, e non avrei rimorsi di coscienza. Ora invece cos’ho, cosa mi resta? Una laurea, anzi due, appese qui, affianco alla scrivania, con tanto di lode. Punto. Sto fondando un’associazione culturale, con degli amici, qui ad Alatri. Motivo della mia adesione: datemi qualcosa in cui credere, ho bisogno di credere in qualcosa, altrimenti rischio di impazzire, come ora…
Ma quanto è fredda questa mattina?
July 29 London Life - CHAPTER ONELONDON LIFE - Chapter One
I'm looking for a job
Cari amici, care amiche,
al mio settimo giorno di soggiorno londinese è arrivato il momento di darvi mie notizie.
First of all: SONO VIVA!
Molti di voi saranno arrivati a darmi per dispersa, visto che non ho risposto nè a msg nè a mail da quando sono qui, per questo mi scuso, e cercherò di rimediare con queste righe.
Il bilancio della prima settimana non può che essere positivo:i primi cinque giorni c'è stata mia sorella qui con me, e questo mi ha permesso di ambientarmi al meglio. Abbiamo girato Londra il lungo e il largo, accompagnate da un tempo che...It's wonderful! Non voglio parlare troppo presto, però vi assicuro che qui c'è sempre il sole, e fa un caldo bestiale, il che non guasta, e soprattutto mi fa sentire meno la lontananza di casa.
Fortunatamente dopo soli due giorni abbiamo trovato una sistemazione, nel south east di Londra, vicino a London Bridge (per chi è esperto New Cross Gate) e mi piace molto. Si tratta di una Victorian House (avete presente? Le tipiche casette inglesi, con giardino interno, tetti a sesto acuto, insomma, molto caratteristica!). La cosa divertente è che qui...viviamo in NOVE! Ci sono infatti 4 camere doppie ed una singola, tutte molto grandi e distribuite in un corridoio lunghissimo, i miei coinquilini sono tutti molto simpatici! 6 uomini e 2 francesine per la precisione. Al momento io sto in stanza con un ragazzo sudafricano (che per la cronaca è più bianco di me: c'ho messo mezza giornata a capire che in Africa non sono tutti neri!), ma già da questa sera dovrei cambiare ed andare nella stanza insieme a una delle due francesine! Ieri sera abbiamo fatto un barbecue tutti insieme nel giardino qui sotto, è stato il loro modo di darmi il benvenuto, e l'ho apprezzato tantissimo!
Chiuso capitolo alloggio passiamo alla città: che dire di Londra, è stupenda! Piena di risorse, mi ha conquistato subito. Abbiamo girato ininterrottamente tuttti i giorni, la scorsa settimana, con Noemi, e non ci stancavamo di scoprire quartieri, parchi, gallerie, musei. Weistminster, Trafalgar Square, Hampstead, Piccadilly, la City, San Paul, London Eye, Hyde Park, Horse of Guards, Buckingham Palace, Oxford Street, non si finisce mai di vedere in questa città!
Venerdì mattina attraversavamo il Green Park per raggiungere Buckingham Palace quando ho visto la cosa che più mi ha emozionato. No, non ho avuto l'onore di incontrare la regina Elisabetta, tantomeno Carlo o Camilla (altrimenti lo spavento si sarebbe protratto per molto tempo..!) ho solo assistito al cambio della guardia, con fanti, cavalli, soldati a volontà. Ma non è a questo che mi riferisco quando parlo di emozione. Uno scoiattolo. Nel parco ho visto uno scoiattolo che correva qua e là insieme ai piccioni. Sono rimasta incantata: non avevo mai visto uno scoiattolo prima d'ora, ed i parchi di Londra brulicano di scoiattoli.
Ed ora viene il difficile, viene il vivere qui, o meglio il sopravvivere SO...I'M LOOKING FOR A JOB. Non so quante volte ho pronunciato questa frase negli ultimi giorni, e devo ammettere che ormai lo dico con una certa disinvoltura. Però caspita quanto è dura trovare lavoro qui.
Mi avevano avvertito che l'unica maniera è il classico porta a porta, con cv tra le mani, ma è difficile anche saper scegliere, perchè altrimenti puoi consegnare più di 100 curricula al giorno, tanti sono ristoranti, bar, caffetterie. Andavo in giro ed ho trovato tanta disponibilità nei camerieri italiani: tutti mi hanno dato consigli, individuato quartieri, aiutato a parlare con i manager,ma non basta.
Perchè qui tutti ti dicono di lasciargli il curriculum e che ti richiameranno la prossima settimana, ma a me il solo pensiero di stare una settimana senza far nulla aspettando una telefonata faceva rabbrividire...
Questa mattina ho vissuto il momento più duro della mia permanenza: ero andata ad un job center, perchè tutti mi avevano detto che sono molto efficienti qui, ma io non ho trovato nulla, solo dei numeri da chiamare, di bar o pub di cui non c'era scritto nè nome, nè indirizzo, nè retribuzione niente di niente.
Camminando senza meta mi ero persa, trovandomi nel bel mezzo di un mercato arabo, tutte le donne erano coperte con il velo, io l'unica in canotta, e mi guardavano tutti in modo strano. Ho avuto paura ed ho iniziato a piangere mentre camminavo senza sapere neanch'io dove andare. A singhiozzi riesco a chiedere informazioni ed arrivo ad una fermata della metro, che prendo senza pensarci due volte.
Si trattava di un capolinea, per cui i vagoni erano quasi completamente vuoti. Di fronte a me si siede un uomo, di colore, sui 35 anni, non di più.
"Sorry, why do you cry?" - mi dice
Avevo gli occhiali da sole a specchio che mi coprivano gli occhi, però le lacrime non smettevano di scendere. Non rispondo, ma lui mi riformula la domanda una, due, tre volte, e alla fine inizio a parlare - INCISO: immaginate la scena io che parlo inglese piangendo!!!!!!!!!!!- . Gli dico che sono italiana, che sono arrivata qui da una settimana e che sto cercando lavoro ma invano. Lui mi dice:
"You will find, I'm sure" - (non so se mi ha detto proprio così, ma il senso era questo, l'ho capito!). Alla terza fermata lui scende, non prima di avermi augurato: "Good luck!"
Non so se sia stato il suo buona fortuna, fatto sta che, dopo due ore, squilla il mio cellulare inglese. Io terrorizzata rispondo (non so sostenere una conversazione dal vivo, figuriamoci via cavo)
"HI" -dico.
"Parlo con Romina?"- fa una voce dall'altro capo del telefono
"SIIIIIIIII" - rispondo io con gli occhi a cuoricino!
Era il proprietario (padovano) di una gelateria vicino a Trafalgar Square, una delle venti a cui avevo lasciato il cv la mattina stessa, e mi dice che se volevo potevo iniziare a lavorare subito. Non me lo faccio ripetere due volte e in meno di un'ora sono già lì. Mi dà un grembiule ed eccomi dietro al bancone, al mio primo giorno di prova!
All'inizio mi mette a lavare i piatti, e fin là non ci son problemi, poi mi chiede di fargli un espresso, ed io pretendo troppo da me stessa (non mi sono mai avvicinata a una macchinetta del bar in vita mia!) e così il risultato è acqua calda, di uno strano color marroncino. Lui tentenna un po', mi dice che ha bisogno di qualcuno con esperienza etc etc, ma io inizio nell'opera di convincimento , dicendogli che apprendo in fretta, che ho bisogno di un lavoro, che senza far nulla non ci so stare.. così, alla fine, lui mi dice di tornare domani, in tenuta seria (devo comprarmi i pantaloni neri, la camicia fortunatamente ce l'ho, è quella che uso per le "interviste importanti"!) e, se dimostro di imparare in fretta, il posto è mio. In tutto ciò mi offre la cena, perchè comunque per tre ore avevo lavorato e quindi era un giusto riconoscimento (anche perchè lui non sa che io sono abituata a lavorare gratis! ahahaha).
Si sono fatte le19.30 quando esco a testa alta dalla gelateria CIAO, giro un po' il lungo e il largo e alla fine riesco ad arrivare a Weistminster, dove so che passa il pullman che arriva a casa mia, il 453. Rigorosamente a due piani, salgo e mi metto nel primo sedile, e per un momento mi è sembrato quasi di dominarla questa città.
Davanti a me c'è il Big Ben, e non mi stanco di guardarlo talmente è bello. Poi per un attimo chiudo gli occhi e mi immagino sull'81, a Roma, di ritorno dall'ennesima giornata all'Ansa, quando finita via dei Cherchi l'autobus svolta per via di San Gregorio
Se chiudo gli occhi c'è lui davanti a me, il Colosseo. Li riapro ed ecco il Big Ben.
Sembra tanto piccolo il mondo, eppure non lo è affatto...
Vi abbraccio
Romina
P.S. Avevo scritto questa mail ieri, ma yahoo ha fatto capricci impedendomi di inviarla a molti di voi. Così ho deciso di inaugurare una sorta di diario londinese su questo blog, che cercherò di aggiornare almeno una volta a settimana, così da rendere partecipi della mia esperienza voi tutti, amici miei, e perchè no, anche qualche curioso che di tanto in tanto si diverte a cliccare da queste parti!
;-D June 14 VENEZIA E' UN PESCEPREMESSA DELL'AUTRICE (del Blog) Di ritorno dalla due giorni lagunare, è d'obbligo un post per incoronare l'evento. Ma questa volta - con piacere - cedo la penna (pardon la tastiera) all'estro narrativo di Ann. Lei che "mi sono finite le magliette, ora come faccio?". Io che ero partita solo con due paia di calzini, e il primo giorno già li avevo fatti fuori. Lei che "Romì ho dimenticato il deodorante me lo presti?". Io apro lo zaino per cercarlo e intanto penso: "No che non lo fa, non lo fa". E invece lei lo fa: siamo dentro una libreria, cerca un posto tra le pila di libri dove sollevare le braccia e improfumarsi le ascelle senza essere vista. Tutti però la guardiamo e lei arrossisce, poco poco, quel tanto che serve per far intenerire il libraio-portiere-gondoliere che ci saluta dicendoci "Ragazze io già vi amo". Lei che vede i fantasmi nella casa, e organizza le spedizioni per andare in bagno tutti e tre insieme. Io che litigo con Lorenzo già di prima mattina, perchè io voglio fare la doccia, lui dice che non ne ho bisogno e perdo tempo. Alla fine io sono sotto il getto d'acqua, e lui si mette in salotto a leggere. Contenti tutti e due. C'è una festa che ci aspetta appena messo piede nella capitale. Ma io no, non ce la posso fare: le gambe mi cedono, gli occhi anche e domattina devo essere al giornale, e poi ho dei bandi da compilare e basta una firma dimenticata per mandare tutto a puttane. "No io non vengo alla festa, salutatemi Pia" - dico. Lei non batte ciglio (io mi sarei incazzata) e la mattina, quando mi sveglio, Giusy in salotto mi dice: "Ann ieri dalla festa ti ha riportato la pasta fredda, così quando torni dal giornale hai già il pranzo fatto e ti metti subito all'opera". E poi sono io mamma-Romina... Lo sapevo che non ce l'avrei fatta a resistere alla tentazione di buttar giù 4 righe, ma i miei sono solo flash, null'altro che flash, in grado di far sorridere noi tre, e allo stesso tempo di lasciare gli altri indifferenti. Ora il racconto, il vero resoconto del viaggio. Il suo. Di ANN. Mi inchino a cotanta maestrìa (ho messo anche l'accento sulla "i", come vuole ser Laurie!)
VENEZIA E' UN PESCE
"… stessi palazzi addosso al mare, rossi tramonti che si perdono nel nulla"
Sì, è un pesce, e noi ci navighiamo dentro. Laurie dice che Thomas Mann raccomanda che il primo incontro con Venezia debba avvenire per mare, così siamo sul vaporetto, coi capelli mossi dal vento, l'odore intenso delle acque e il sole sulla nostra pelle. Laurie porta un cappello militare basso sugli occhi e sorride imbarazzato quando si accorge di essere osservato, Romina ha un'aria più pensosa e nasconde i suoi occhi azzurri dietro degli occhiali a specchio. Io li osservo, mentre il mare scorre alle loro spalle. Forse ha ragione lui, quando dice che l'amicizia è anche questione di bellezza, di armonia. Poggio il naso sul mio avambraccio, la mia pelle già odora di sale mentre penso che non vale essere tristi a Venezia. Così sorrido, mi alzo in piedi sul vaporetto, Venezia non c'è ancora, ma vedo il disegno del Palazzo Ducale e della Piazza di San Marco profilarsi da lontano. Scendiamo e per un attimo le mie gambe sembrano cedere al terreno fermo. Non so descrivere la meraviglia di sentirsi di nuovo sorpresi. Credo fermamente che crescendo, la disillusione si prenda il dominio sulle nostre emozioni. Cediamo ma con diffidenza ai fascini sconosciuti o, addirittura, li scostiamo, evitandoli, sicuri che non potranno darci di più di quello che abbiamo già, o già avuto. Ma con Venezia non funziona. Venezia è una donna che ti spinge contro un muro, che senza che tu te ne accorga sei già innamorato di lei. Così ti prende, mentre ti perdi per il sestiere, cercando di inseguire i numeri, scavalcando ponti, rincorrendo un'intuizione. Ma Venezia è una donna capricciosa, scuote la testa e l'odore dei suoi capelli ti ha così distratto che tu sei già perso. E non devi che chiedere. I veneziani ti prendono per mano, ti indicano la direzione mentre ti corteggiano. Qualcuno afferma che siano un popolo di servitori, così lo hanno inventato loro il nostro ciao. Deriva da s-ciao, ossia schiavo. Servitori, ma come gli arlecchini, non sai mai quando fanno sul serio, quando no. Ci rechiamo alla Foresteria Valdese. Non hanno posti, ma ci consigliano di fare qualche passo più avanti, là potremmo trovare un b&b. Ma b&b non sta per bed&breakfast, ma per bed&books. Il libraio è un vecchio gondoliere, somiglia a attore francese, e ci guida lungo corridoi pieni di libri e letti. Ci guardiamo soddisfatti, ma pensavamo a qualcosa di più intimo, di più nostro. Ci guarda, chiude una porta dietro di sé, siamo in strada, né apre un'altra, siamo al chiuso, saliamo scale storte, al quarto piano ci mostra una stanza tutta per noi. 23 euro a testa. Da lì possiamo affacciarci sulla sua libreria, provengono le note di Bob Dylan da qualche piano inferiore. La casa è piena di foto e gondole in miniatura. Il pavimento, e le porte, gli armadi sono storti. Mi chiedo se vi sia in questa vecchia casa il fantasma di un vecchio nobile veneziano. Mi affaccio e penso a Casanova, lo vedo quasi saltare da un tetto a un altro, da una finestra all'altra per portare visita alle sue belle veneziane. Venezia è letteratura. Ci buttiamo in strada, senza zaini. Siamo noi tre, noi tre così da un anno. Un anno in cui abbiamo camminato su Roma in lungo e in largo, un anno in cui ci siamo innamorati tre o quattro volte a testa, un anno in cui abbiamo vissuto insieme sette mesi, litigato un paio di volte, seriamente, non vedendoci per due mesi, un anno che sai com'è Lorenzo, un anno di sai com'è Annamaria, un anno di chissà che ha nella testa Romina, perché poi Romina noi la adoriamo, perché io e lui siamo così strani, diversi, superficiali ma poi lei lo sa che non è così. Mettiamo piede a San Marco, io resto incantata dai Tetrarchi. L'inizio della fine dell'impero romano, da una parte l'Occidente, dall'altra l'Oriente, per sempre. Li fotografo, mi restano fuori i piedi, lancio una parolaccia, li fotografo ancora, restano fuori le teste, io non saprò mai fare una fotografia decente. Mi arrendo. Ci portiamo in un'osteria, io ordino lasagne alla ricotta e agli spinaci, Laurie e Romina al radicchio e allo speck. Sorseggiamo un vino rosso, alziamo i bicchieri di vetro, non di Murano, e mandiamo giù. Ci scaldiamo e brindiamo al proposito di inseguire i nostri desideri. Dopo aver litigato una settimana su che isola da visitare, scegliamo Murano. Il vaporetto non è molto affollato, siamo stati fortunati, il numero degli altri turisti non è eccessivo e il tempo è ottimo. Percorriamo le vie di Murano, sostiamo solo dentro VENINI. Ci fermiamo poco dopo su una panchina all'ombra, ci togliamo le scarpe e rimaniamo a parlare di noi, degli incontri fatti nella nostra vita. Poi l'orologio segna le 16, e se andiamo a Burano? Burano è un'isola di colori più che di merletti. E fa bene al cuore, perché ti stringe in un abbraccio caldo, ti sorridono le finestre, e le porte, e i fiori. Mi chiedo cosa significhi nascere a Venezia. Se ogni luogo in cui nasciamo, in cui cresciamo e viviamo ci segna, Venezia cosa fa, cosa ti lascia sulla pelle, nell'anima, quando sei da un'altra parte del mondo? E io, che non ho mai vissuto vicino all'acqua, né alle montagne, ma sono nata in una paese senza nulla, bombardato dagli americani e mai più ricostruito, cosa mi porterò sulla pelle e nel cuore, quando sarò lontana? Penso agli innamorati. Perché davanti a me sfreccia un ragazzo su un motoscafo. Penso che la sera, dopo aver mandato giù pochi bocconi, si alzi dalla sedia, cercando inutilmente di non far rumore, per non lasciare trapelare ai suoi l'agitazione, prenda le chiavi del motoscafo, le infili dentro e che parta, veloce, a prendere la sua bella. E che la faccia salire con gentilezza, porgendogli una mano, guardandole il seno senza farsi scorgere, che la conduca in un'insenatura più nascosta, e lì la ami, come solo a Venezia si potrebbe amare. E Torcello? Laurie ama questa isola, Torcello. Dice che un giorno ci verrà a vivere con i suoi 15.000 volumi. Laurie è un bibliofilo rigoroso, quando può tira fuori un libro e ci legge qualche passo. Una volta lo ascolto io, una volta Romina, una volta mi distraggo io, una volta Romina. Una volta lo ascoltiamo entrambe, una volta nessuna delle due. Così è divertente osservare Laurie che si interroga su come porterà i suoi libri su quest'isola, insomma, anche questi sono problemi. Torcello è un'isola di zanzare, ma così bella che il problema, seppur non trascurabile, non ci dissuade dall'allontanarcene. Tanto più che è deserta e sono le sette della sera. Io e Laurie infiliamo i piedi nudi in una fontana freschissima, Romina si addormenta un po' sulla panchina. Forse anche così è fatto il paradiso, tre amici e un'isola tutta per loro. Forse meno zanzare. Ci dirigiamo lentamente verso il vaporetto che viene a prendere solo noi. Sono le 19, il cielo ha acquistato colori più freschi, l'aria ci rimbalza addosso, noi ci addormentiamo sulla poppa, quando il traghettatore ci viene a svegliare all'improvviso. "Dovevate scendere là", dice e ci indica Burano a duecento metri di acqua. Ci guardiamo smarriti. L'uomo sospira, parla in veneziano. Il vaporetto con noi tre sopra si dirige così verso Burano e ci lascia là. Il viaggio di ritorno lo vedo con il vaporetto che lascia la scia bianca sull'acqua, Laurie dice che gli ricorda un film. Io penso che non ho mai vissuto qualcosa di così bello. La sera a Venezia è il momento dello spritz, da sorseggiare mentre coppie di giovani sposi si abbracciano e baciano e dai locali in Piazza S. Marco risuonano i violini e i pianoforti. Passeggiamo, ci perdiamo, siamo stanchi ma in fondo ci piace. La mattina abbiamo la sveglia alle 8. Non so in che ora Venezia sia più bella, ma sicuramente la mattina ha un fascino discreto, silenzioso. Ci incamminiamo verso le Gallerie dell'Accademia. I veneziani continuano a dirci di andare dritto, chi a destra, chi a sinistra. Così abbiamo capito che a Venezia non ti indicano la strada, ma solo la direzione in linea d'aria, se è dritto significa che dopo alcuni metri devi chiedere ancora. Le Gallerie dell'Accademia sono un deposito di tesori dell'arte italiana del Cinquecento e del Seicento. Ci accoglie un giovane Tiziano e una turista smarrita che ci chiede dove sia il David di Michelangelo. Rispondiamo a Firenze e lei se ne va delusa. Proseguiamo con alcune opere di Antonello, di Bellini. Lorenzo ci affascina con la descrizione delle tele o delle pale. Io rimango colpita dalla rappresentazione del martirio di San Marco, del Pontormo, soprattutto il particolare in cui un aguzzino solleva il martello spezzato verso l'alto. Il corpo nudo di San Marco ci incanta. Proseguiamo verso il Peggy Guggenheim. Dopo gli angeli, e i demoni, e i santi, gli schizzi di Pollock, il lampione di Magritte, il gorilla di Francis Bacon ci smarriscono. Questa donna eccentrica, sepolta nel giardino coi suoi cani, ricoperta di opere d'arte, con una casa che si affaccia sul Canal Grande mi mette addosso un brivido. Lo riconosco come manifestazione inquieta della tristezza, scuoto la testa e non ci voglio pensare. Nella sala della collezione Mattioli trovo uno dei miei quadri preferiti: è la "madre" di Umberto Boccioni. Usciamo con ognuno addosso le proprie riflessioni, mangiamo una pizza in una terrazza sul Canale, accanto a un attore americano. Penso che ha ragione Simone, non si può né vivere, né morire, senza aver mai visto Venezia.
-ANN- May 29 APPELLO per gli stagisti giornalistiAPPELLO PER GLI STAGISTI GIORNALISTI
Non è mia abitudine sponsorizzare queste iniziative,
ma credo fermamente nella rivendicazione dell'appello che segue:
Almeno dateci un'occhiata...
April 16 Azzurra...libertà???????AZZURRA...LIBERTA'???? quando - PER SBAGLIO - ti imbatti in Gianfranco, Gianni e Ignazio....
L'orologio segnava le 19:30. Io, sempre più amareggiata, uscivo dall'Ansa, voltavo a sinistra e scendevo Via della Dataria. Ma non avevo voglia di tornare subito a casa. Quando è la malinconia che mi assale preferisco restare in giro, e camminare, facendomi cullare dalle luci della capitale, dondolando lungo le sue vie. Ecco che passo davanti Palazzo Chigi, perchè io sempre devo passare davanti Palazzo Chigi. E' qui che si decidono le sorti del mio paese, non posso privarmi di questa tappa ordinaria, neppure oggi, in cui l'Italia è ancora in visibilio/sgomento per i risultati di ieri, che hanno consegnato al Cavaliere lo scettro del potere. Ma tutto tace in quel di Piazza Colonna, ed anche più su, a Piazza Montecitorio, totale deserto. Così mi immetto in una di quelle viuzze scoscese che costeggiano la zona, ed inizio ad errare, a destra e poi a sinistra, e poi vado diritta, e poi giro di nuovo, ed ecco che sbuco davanti a BORTOLUCCI, uno dei negozi che più amo della capitale. Il nome forse non vi dirà nulla, ma non potete non conoscerlo: si trova su una delle stradine che unisce il Pantheon a via del Corso, ed ha un marchio di riconoscimento: un Pinocchio gigante seduto sulla panchina davanti all'entrata. Si tratta di una delle poche botteghe artigiane ancora presenti nel centro storico. Lavora il legno ed offre una vasta gamma di prodotti: orologi a muro, portapenne, clessidre, aeroplanini, segnatavola, salvadanai e, udite udite, anche dei "portadentini", a forma di mucca, ranocchio, coniglio, cane, gatto, angelioletti, bebè insomma, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Mi piace passare del tempo qui, adoro la magia di queste mura che sanno di vecchio, si respira ancora l'odore della segatura. Non so, ogni volta che metto piede qui dentro mi sembra di entrare in un luogo fatato, al di là del tempo e dello spazio, in cui orologi convivono con aeroplani, cani con gatti, i conigli sorridono, le mucche strizzano l'occhio.
Esco dal mio paradiso delle favole preferito, e proseguo a sinistra, direzione Pantheon. Percorro cento metri, non di più, quando ecco che, in lontananza, proprio nei pressi di piazza della Rotonda, scorgo un gran frastuono. Non ho neanche il tempo di prender coscienza di quanto sta accadendo che una macchina, sfrecciando dalla destra, si ferma davanti a me, interrompendo il mio cammino. Considerata la stazza, la cilindrata e i vetri oscurati, capisco subito che chiunque può esserci dentro tranne lo spazzino del Pantheon (senza togliere nulla agli "operatori ecologici", sia ben chiaro). Ecco una schiera di bodyguards avvicinarsi al veicolo, lo sportello si apre ed esce nientepopodimenoche Gianfranco FINI (futuro Presidente della Camera, amici miei, secondo fonti Ansa). Io sono posizionata proprio davanti a lui: un vero e proprio omone, lì per lì direi che sfiora i due metri, ma non è tanto la statura a catturare la mia attenzione, quanto il suo colorito: una carnagione bronzea, sembra appena tornato dai Caraibi, altro che spogli elettorali! Le guardie del corpo a suon di spintoni aprono un varco respingendo la massa di curiosi che si stavano accalcando intorno alla macchina. Ironia della sorte e - soprattutto - non so per quale motivo, io vengo, "di diritto", accorpata allo "staff" di FINI : uno della scorta infatti mi fa il cenno di proseguire e aggregarmi, chissà, forse avrà pensato che sono l'addetta alle lampade di Gianfranco! Con la "tranquillità-cela-curiosità" che mi contraddistingue in simili situazioni, ecco che senza batter ciglio mi unisco al corteo, avremo fatto sì e no sette metri, il tempo di raggiungere un palchetto allestito (secondo me all'ultimo momento e in tutta fretta), alla sinistra del Pantheon. Risuonano nella piazza le parole di ALEMANNO: "Romani vi chiedo un ultimo sforzo!", urla con voce ferma il candidato sindaco del Pdl. Appena mi rendo conto che Piazza della Rotonda è gremita di gente, senza alcuna intenzione di render omaggio alle tombe dei re andati, mi separo dalla mesta processione a cui dolente o meno avevo preso parte, e mi mescolo tra la folla. Basta con questi vip, voglio sentire un pò che si dice lì dal basso. Intanto ALEMANNO ha lasciato la parola al mio "assistito", tal FINI, che si complimenta con la folta schiera di sostenitori, e dice che la vera festa è posticipata di due settimane, non appena si conosceranno gli esiti del ballottaggio. Ed una battuta, non può mancare, sulla parte lesa di queste elezioni: " Oggi Veltroni ha dichiarato che il Pd ha pagato le colpe del precedente governo, beh non era necessaria certo una campagna elettorale di quelle dimensioni per capire ciò!" Mi soffermo a guardare le facce di chi mi circonda: tutti sventolano una bandiera bianca col simbolo verde-bianco-rosso e indossano una maglietta blu con una stampa: "Silvio c'è". Emanano contentezza i loro occhi, "beati loro che se la ridono" -penso. Vorrei che salisse anche BERLUSKA su quel palchino, con lui sì che ho da fare quattro chiacchiere:
Ma FINI mi legge nel pensiero, e conclude il suo breve intervento dicendo: "Vi porto i saluti anche di BERLUSCONI, che non ha fatto in tempo a venire". Pazienza, vorrà dire che conserverò la domanda per un'occasione più propizia. Così abbandono la postazione a fatica conquistata e mi porto dietro al palco, sia perchè cerco sempre una visuale particolare, e quella da dietro è la migliore, sia perchè, E SOPRATTUTTO, il dietro del palchetto dà su Via Minerva, ed io devo passare da lì per tornare a casa! Intanto il convegno è terminato, breve saluto conclusivo di Luca BARBARESCHI che annuncia l'ufficialità del ballottaggio RUTELLI-ALEMANNO, ed è proprio quest'ultimo che mi passa davanti, osannato come un re da una marea di ragazzi che fanno a spintoni per stringergli la mano. Io mi guadagno un posticino di tutto rispetto appoggiandomi sul cruscotto di una delle due mercedes che circoscrive il perimetro del palco, e fitta fitta inizio a guadarmi intorno con la speranza di vedere qualche "illustre collega" a cui stringere la mano (e per un giornalista sì che lo farei). Ne inquadro uno, sembra ben inserito nel giro: l'avevo già visto all'inizio, mentre "accompagnavo" FINI; ed ora lo trovo che fa tutto il bello sul palco, armato solo di blocchetto e penna. Forse però si è fatto prendere dalla troppa foga, oppure non era preparato a reggere il peso del palco, fatto sta che, a un certo punto, sta per fare un scivolone, in quanto anzichè servirsi degli appositi scalini, sulla destra, lui tenta di scendere da dietro, forse per risparmiare la fila, peccato però che stia per fare un bel salto nel vuoto, scongiurato in extremis da un tizio in giacca e cravatta, che lo sorregge e lo riporta sulla... terraferma! Inutile dirlo che io seguo la scena nei dettagli, e faccio un gesto di stizza perchè, porco cane, quello sì che poteva essere una notizia buona. Già avevo pensato al titolo:
Sottotitolo: Il Pdl tenta di far fuori un giornalista, è solo il primo di una lunga serie...
Sarebbe stato proprio un bello scoop, peccato.
Nel frattempo mi si avvicinano due signore di una certa età, armate di bandiera con cui in un paio di occasioni attentano alla mia incolumità. "Siamo arrivate tardi! Cosa hanno detto? Si fa il ballottaggio?" - mi chiedono. "Sì sì - rispondo io- l'ha detto Luca BARBARESCHI!" Voleva essere una battuta la mia, peccato però che loro non la recepiscano... iniziano ad esultare festanti e ad urlare: "Ignazio Ignazio Ignazio" Io, al solito, non capisco. Ma ecco che, a due metri da noi, sta per scendere dal palco (e mica è cretino come l'amico giornalista, lui le usa le scale!) Ignario LA RUSSA. Le donne continuano a chiamarlo, lui si gira, le vede e fa il gesto di avvicinarsi , sicuramente si conoscono, almeno stando al grado di confidenzialità che traspare dall'esterno. "Ma dove sono i braccialetti?" - gli chiede una. Lui, colmo dei colmi, guarda me e mi chiede: "Dove sono i braccialetti?" Io istintivamente scuoto contemporaneamente testa e spalle, a dirgli: "Non lo so", ma poi ci penso: Braccialetti? Quali braccialetti? E soprattutto cosa ne dovrei sapere io? Per chi m'ha scambiato ora questo qua? Certo che questa gente tanto bene non sta, è fuori dubbio ciò... Ne ho viste abbastanza per oggi, e poi, signori miei, scusate ma Ignazio è veramente brutto, e dopo che una persona incrocia il suo sguardo lo shock è inevitabile, parola mia! Così quatta quatta mi alzo il colletto della giacchetta, e prendo, finalmente, la via di casa. Inizio la salitina che costeggia il Pantheon e, all'altezza della Biblioteca Spadolini mi giro. Questa posizione mi permette di avere una panoramica completa, finalmente osservo il tutto dall'esterno, e così posso lasciarmi andare alle mie riflessioni.
Ho appena avuto a che fare con una "festa", c'erano decine e decine di persone che esultanti festeggiavano l'inizio di una nuova era. Ripenso alla gioia che traspariva dai volti dei ragazzi al mio fianco, ed un po' li invidio, perchè loro almeno, oggi, sono felici. Commentavo i risultati delle elezioni, stamani, con un collega, e lui mi ha confidato di esser diventato "Apolitico" oramai. Beh, io apolitica lo sono sempre stata, purtroppo, non ho mai incontrato un leader che sia stato in grado di trasmettermi fiducia. Ripenso ai due anni di governo della Sinistra, e mi vengono in mente i tre grandi flop che l'hanno vista protagonista: mi riferisco alla piaga dell'immigrazione che non è riuscita a gestire; all'emergenza sulla sicurezza nei posti di lavoro, quel dramma delle "morti bianche" che un sindacalista al governo ha fatto aumentare, anzichè diminuire. Ma soprattutto penso all'indulto, quel provvedimento che nel 2006 rimise in libertà 27mila detenuti, risbattutti per strada senza un minimo di integrazione, un minimo di assistenza, e non è un caso se oggi il sovraffollamento delle carceri preoccupa sia a destra che a sinistra, con un surplus di circa 10mila unità, senza contare che, i 2/3 dei "graziati" dall'indulto, si sono resi protagonisti di altri reati, e sono tornati dietro le sbarre. Il risultato di tutto ciò è un Parlamento che da domani non annovererà più socialisti , e neanche comunisti, e tantomeno Verdi (vogliamo parlare dell'emergenza rifiuti?). Prevedibile tutto ciò? Non ne sarei tanto sicura. Soprattutto perchè è tornato al potere uno che si è già comprato Palazzo Grazioli, un edificio a 4 piani sito a 50 metri da Piazza Venezia, e che ora mira direttamente al Vittoriano, altrimenti perchè credete che stiano facendo i lavori alla facciata principale? C'è da stare tranquilli? No. Io non riesco a sorridere come tutti lì a Piazza della Rotonda, non riesco a sventolare una bandiera in cui non mi riconosco, non mi unisco ai cori "Azzurra libertà è il sogno che c'è in noi..."
Improvvisamente ho un flashback. Era il 1993, questo stesso periodo dell'anno, avevo 10 anni. Io, mia sorella e due nostre amiche ci eravamo precipitate a Piazza Regina, perchè il suono degli amplificatori si sentiva fino a casa. Era in atto la festa del nascente partito di FORZA ITALIA, si acclamava l'astro nascente ciociaro, IANNARILLI, e ci avevano dato palloncini, penne, e pure la t-shirt, che io tolsi subito però, arrivata a casa, perchè era la xl, e mi stava grande, mi faceva da vestito! Due mesi dopo avrei avuto gli esami di quinta elementare e, visto che ero la "più brava" della classe, fui interrogata dal direttore. Mi fece non so quante domande, a un certo punto mi chiese chi era il Presidente della Repubblica. Io risposi, senza esitare: "BERLUSCONI". La maestra Rita divenne tutta rossa, al direttore andò di traverso la saliva e, dopo aver deglutito, mi disse: "No, Berlusconi ancora non è il Presidente della Repubblica". Avevo dieci anni, era il giugno del 1993. Forse già lì emerse la mia indole poco spiccata ad afferrare quanto di "politico-giuridico-costituzionale" accada nel mondo. O forse, chissà, già allora ero stata in grado di vedere "oltre", preannunciando quello che sarebbe stato lo scenario futuro...
Magari, fra molti anni, mi ritroverò a fare lo stesso discorso ai miei nipoti. Gli racconterò che io, quel 15 aprile, finito all'Ansa ero andata al negozio di Pinocchio, ed uscita da lì -per sbaglio- mi ero imbattuta in Fini, Alemanno e La Russa, e mi ritrovai a Piazza della Rotonda, ad ascoltare persone festanti che cantavano "Azzurra libertà....."
|
|||||||||||||||||||||||||
|
|