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Romina's world

June 14

VENEZIA E' UN PESCE

PREMESSA DELL'AUTRICE (del Blog)

Di ritorno dalla due giorni lagunare, è d'obbligo un post per incoronare l'evento. Ma questa volta - con piacere - cedo la penna (pardon la tastiera) all'estro narrativo di Ann.  Lei che "mi sono finite le magliette, ora come faccio?". Io che ero partita solo  con due paia di calzini, e il primo giorno già li avevo fatti fuori. Lei che "Romì ho dimenticato il deodorante me lo presti?". Io apro lo zaino per cercarlo e intanto penso: "No che non lo fa, non lo fa". E invece lei lo fa: siamo dentro una libreria, cerca un posto tra le pila di libri dove sollevare le braccia e improfumarsi le ascelle senza essere vista. Tutti però la guardiamo e lei arrossisce, poco poco, quel tanto che serve per far intenerire il libraio-portiere-gondoliere che ci saluta dicendoci "Ragazze io già vi amo". Lei che vede i fantasmi nella casa, e organizza le spedizioni per andare in bagno tutti e tre insieme. Io che litigo con Lorenzo già di prima mattina, perchè io voglio fare la doccia, lui dice che non ne ho bisogno e perdo tempo. Alla fine io sono sotto il getto d'acqua, e lui si mette in salotto a leggere. Contenti tutti e due.  C'è una festa che ci aspetta appena messo piede nella capitale. Ma io no, non ce la posso fare: le gambe mi cedono, gli occhi anche e domattina devo essere al giornale, e poi ho dei bandi da compilare e basta una firma dimenticata per mandare tutto a puttane. "No io non vengo alla festa, salutatemi Pia" - dico. Lei non batte ciglio (io mi sarei incazzata) e la mattina, quando mi sveglio, Giusy in salotto  mi dice: "Ann ieri dalla festa ti ha riportato la pasta fredda, così quando torni dal giornale hai già il pranzo fatto e ti metti subito all'opera". E poi sono io mamma-Romina... 

Lo sapevo che non ce l'avrei fatta a resistere alla tentazione di buttar giù 4 righe, ma i miei sono solo flash, null'altro che flash, in grado di far sorridere noi tre, e allo stesso tempo di lasciare gli altri indifferenti.

Ora il racconto, il vero resoconto del viaggio. Il suo. Di ANN.

Mi inchino a cotanta maestrìa (ho messo anche l'accento sulla "i", come vuole ser Laurie!)

 

 

 

VENEZIA E' UN PESCE

 

"… stessi palazzi addosso al mare,

rossi tramonti che si perdono nel nulla"

 

Sì, è un pesce, e noi ci navighiamo dentro. Laurie dice che Thomas Mann raccomanda che il primo incontro con Venezia debba avvenire per mare, così siamo sul vaporetto, coi capelli mossi dal vento, l'odore intenso delle acque e il sole sulla nostra pelle. Laurie porta un cappello militare basso sugli occhi e sorride imbarazzato quando si accorge di essere osservato, Romina ha un'aria più pensosa e nasconde i suoi occhi azzurri dietro degli occhiali a specchio. Io li osservo, mentre il mare scorre alle loro spalle. Forse ha ragione lui, quando dice che l'amicizia è anche questione di bellezza, di armonia. Poggio il naso sul mio avambraccio, la mia pelle già odora di sale mentre penso che non vale essere tristi a Venezia. Così sorrido, mi alzo in piedi sul vaporetto, Venezia non c'è ancora, ma vedo il disegno del Palazzo Ducale e della Piazza di San Marco profilarsi da lontano.

Scendiamo e per un attimo le mie gambe sembrano cedere al terreno fermo. Non so descrivere la meraviglia di sentirsi di nuovo sorpresi. Credo fermamente che crescendo, la disillusione si prenda il dominio sulle nostre emozioni. Cediamo ma con diffidenza ai fascini sconosciuti o, addirittura, li scostiamo, evitandoli, sicuri che non potranno darci di più di quello che abbiamo già, o già avuto. Ma con Venezia non funziona. Venezia è una donna che ti spinge contro un muro, che senza che tu te ne accorga sei già innamorato di lei. Così ti prende, mentre ti perdi per il sestiere, cercando di inseguire i numeri, scavalcando ponti, rincorrendo un'intuizione. Ma Venezia è una donna capricciosa, scuote la testa e l'odore dei suoi capelli ti ha così distratto che tu sei già perso. E non devi che chiedere. I veneziani ti prendono per mano, ti indicano la direzione mentre ti corteggiano. Qualcuno afferma che siano un popolo di servitori, così lo hanno inventato loro il nostro ciao. Deriva da s-ciao, ossia schiavo. Servitori, ma come gli arlecchini, non sai mai quando fanno sul serio, quando no.

Ci rechiamo alla Foresteria Valdese. Non hanno posti, ma ci consigliano di fare qualche passo più avanti, là potremmo trovare un b&b. Ma b&b non sta per bed&breakfast, ma per bed&books. Il libraio è un vecchio gondoliere, somiglia a attore francese, e ci guida lungo corridoi pieni di libri e letti. Ci guardiamo soddisfatti, ma pensavamo a qualcosa di più intimo, di più nostro. Ci guarda, chiude una porta dietro di sé, siamo in strada, né apre un'altra, siamo al chiuso, saliamo scale storte, al quarto piano ci mostra una stanza tutta per noi. 23 euro a testa.

Da lì possiamo affacciarci sulla sua libreria, provengono le note di Bob Dylan da qualche piano inferiore. La casa è piena di foto e gondole in miniatura. Il pavimento, e le porte, gli armadi sono storti. Mi chiedo se vi sia in questa vecchia casa il fantasma di un vecchio nobile veneziano. Mi affaccio e penso a Casanova, lo vedo quasi saltare da un tetto a un altro, da una finestra all'altra per portare visita alle sue belle veneziane.

Venezia è letteratura.

Ci buttiamo in strada, senza zaini. Siamo noi tre, noi tre così da un anno. Un anno in cui abbiamo camminato su Roma in lungo e in largo, un anno in cui ci siamo innamorati tre o quattro volte a testa, un anno in cui abbiamo vissuto insieme sette mesi, litigato un paio di volte, seriamente, non vedendoci per due mesi, un anno che sai com'è Lorenzo, un anno di sai com'è Annamaria, un anno di chissà che ha nella testa Romina, perché poi Romina noi la adoriamo, perché io e lui siamo così strani, diversi, superficiali ma poi lei lo sa che non è così.

Mettiamo piede a San Marco, io resto incantata dai Tetrarchi. L'inizio della fine dell'impero romano, da una parte l'Occidente, dall'altra l'Oriente, per sempre. Li fotografo, mi restano fuori i piedi, lancio una parolaccia, li fotografo ancora, restano fuori le teste, io non saprò mai fare una fotografia decente. Mi arrendo.

Ci portiamo in un'osteria, io ordino lasagne alla ricotta e agli spinaci, Laurie e Romina al radicchio e allo speck. Sorseggiamo un vino rosso, alziamo i bicchieri di vetro, non di Murano, e mandiamo giù. Ci scaldiamo e brindiamo al proposito di inseguire i nostri desideri. Dopo aver litigato una settimana su che isola da visitare, scegliamo Murano. Il vaporetto non è molto affollato, siamo stati fortunati, il numero degli altri turisti non è eccessivo e il tempo è ottimo.

Percorriamo le vie di Murano, sostiamo solo dentro VENINI. Ci fermiamo poco dopo su una panchina all'ombra, ci togliamo le scarpe e rimaniamo a parlare di noi, degli incontri fatti nella nostra vita. Poi l'orologio segna le 16, e se andiamo a Burano? Burano è un'isola di colori più che di merletti. E fa bene al cuore, perché ti stringe in un abbraccio caldo, ti sorridono le finestre, e le porte, e i fiori. Mi chiedo cosa significhi nascere a Venezia. Se ogni luogo in cui nasciamo, in cui cresciamo e viviamo ci segna, Venezia cosa fa, cosa ti lascia sulla pelle, nell'anima, quando sei da un'altra parte del mondo? E io, che non ho mai vissuto vicino all'acqua, né alle montagne, ma sono nata in una paese senza nulla, bombardato dagli americani e mai più ricostruito, cosa mi porterò sulla pelle e nel cuore, quando sarò lontana?

Penso agli innamorati. Perché davanti a me sfreccia un ragazzo su un motoscafo. Penso che la sera, dopo aver mandato giù pochi bocconi, si alzi dalla sedia, cercando inutilmente di non far rumore, per non lasciare trapelare ai suoi l'agitazione, prenda le chiavi del motoscafo, le infili dentro e che parta, veloce, a prendere la sua bella. E che la faccia salire con gentilezza, porgendogli una mano, guardandole il seno senza farsi scorgere, che la conduca in un'insenatura più nascosta, e lì la ami, come solo a Venezia si potrebbe amare.

E Torcello? Laurie ama questa isola, Torcello. Dice che un giorno ci verrà a vivere con i suoi 15.000 volumi. Laurie è un bibliofilo rigoroso, quando può tira fuori un libro e ci legge qualche passo. Una volta lo ascolto io, una volta Romina, una volta mi distraggo io, una volta Romina. Una volta lo ascoltiamo entrambe, una volta nessuna delle due. Così è divertente osservare Laurie che si interroga su come porterà i suoi libri su quest'isola, insomma, anche questi sono problemi. Torcello è un'isola di zanzare, ma così bella che il problema, seppur non trascurabile, non ci dissuade dall'allontanarcene. Tanto più che è deserta e sono le sette della sera. Io e Laurie infiliamo i piedi nudi in una fontana freschissima, Romina si addormenta un po' sulla panchina. Forse anche così è fatto il paradiso, tre amici e un'isola tutta per loro. Forse meno zanzare.

Ci dirigiamo lentamente verso il vaporetto che viene a prendere solo noi. Sono le 19, il cielo ha acquistato colori più freschi, l'aria ci rimbalza addosso, noi ci addormentiamo sulla poppa, quando il traghettatore ci viene a svegliare all'improvviso. "Dovevate scendere là", dice e ci indica Burano a duecento metri di acqua. Ci guardiamo smarriti. L'uomo sospira, parla in veneziano. Il vaporetto con noi tre sopra si dirige così verso Burano e ci lascia là.

Il viaggio di ritorno lo vedo con il vaporetto che lascia la scia bianca sull'acqua, Laurie dice che gli ricorda un film. Io penso che non ho mai vissuto qualcosa di così bello.

La sera a Venezia è il momento dello spritz, da sorseggiare mentre coppie di giovani sposi si abbracciano e baciano e dai locali in Piazza S. Marco risuonano i violini e i pianoforti. Passeggiamo, ci perdiamo, siamo stanchi ma in fondo ci piace.

La mattina abbiamo la sveglia alle 8. Non so in che ora Venezia sia più bella, ma sicuramente la mattina ha un fascino discreto, silenzioso. Ci incamminiamo verso le Gallerie dell'Accademia. I veneziani continuano a dirci di andare dritto, chi a destra, chi a sinistra. Così abbiamo capito che a Venezia non ti indicano la strada, ma solo la direzione in linea d'aria, se è dritto significa che dopo alcuni metri devi chiedere ancora.

Le Gallerie dell'Accademia sono un deposito di tesori dell'arte italiana del Cinquecento e del Seicento. Ci accoglie un giovane Tiziano e una turista smarrita che ci chiede dove sia il David di Michelangelo. Rispondiamo a Firenze e lei se ne va delusa. Proseguiamo con alcune opere di Antonello, di Bellini. Lorenzo ci affascina con la descrizione delle tele o delle pale. Io rimango colpita dalla rappresentazione del martirio di San Marco, del Pontormo, soprattutto il particolare in cui un aguzzino solleva il martello spezzato verso l'alto. Il corpo nudo di San Marco ci incanta.

Proseguiamo verso il Peggy Guggenheim. Dopo gli angeli, e i demoni, e i santi, gli schizzi di Pollock, il lampione di Magritte, il gorilla di Francis Bacon ci smarriscono. Questa donna eccentrica, sepolta nel giardino coi suoi cani, ricoperta di opere d'arte, con una casa che si affaccia sul Canal Grande mi mette addosso un brivido. Lo riconosco come manifestazione inquieta della tristezza, scuoto la testa e non ci voglio pensare. Nella sala della collezione Mattioli trovo uno dei miei quadri preferiti: è la "madre" di Umberto Boccioni.

Usciamo con ognuno addosso le proprie riflessioni, mangiamo una pizza in una terrazza sul Canale, accanto a un attore americano. Penso che ha ragione Simone, non si può né vivere, né morire, senza aver mai visto Venezia.

 

 -ANN-

May 29

APPELLO per gli stagisti giornalisti

APPELLO PER GLI STAGISTI GIORNALISTI
 
 
 
Non è mia abitudine sponsorizzare queste iniziative,
ma credo fermamente nella rivendicazione dell'appello che segue:
 
 
Almeno dateci un'occhiata...
 
April 16

Azzurra...libertà???????

AZZURRA...LIBERTA'????

quando - PER SBAGLIO - 

ti imbatti in Gianfranco, Gianni e Ignazio....

 

L'orologio segnava le 19:30. Io, sempre più amareggiata, uscivo dall'Ansa, voltavo a sinistra e scendevo Via della Dataria.

Ma non avevo voglia di tornare subito a casa. Quando è la malinconia che mi assale  preferisco restare in giro, e camminare, facendomi cullare dalle luci della capitale, dondolando lungo le sue vie.

Ecco che passo davanti Palazzo Chigi, perchè io sempre devo passare davanti Palazzo Chigi. E' qui che si decidono le sorti del mio paese, non posso privarmi di questa tappa ordinaria, neppure oggi, in cui l'Italia è ancora in  visibilio/sgomento per i risultati di ieri, che hanno consegnato al Cavaliere lo scettro del potere.

Ma tutto tace in quel di Piazza Colonna, ed anche  più su, a Piazza Montecitorio, totale deserto.

Così mi immetto in una di quelle viuzze scoscese che costeggiano la zona,

ed inizio ad errare, a destra e poi a sinistra, e poi vado diritta, e poi giro di nuovo, ed ecco che sbuco davanti a BORTOLUCCI, uno dei negozi che più amo della capitale.

Il nome forse non vi dirà nulla, ma non potete non conoscerlo: si trova su una delle stradine che unisce il Pantheon a via del Corso, ed ha un marchio di riconoscimento: un Pinocchio gigante seduto sulla panchina davanti all'entrata. Si tratta di una delle poche botteghe artigiane ancora presenti nel centro storico. Lavora il legno ed offre una vasta gamma di prodotti: orologi a muro, portapenne, clessidre, aeroplanini, segnatavola, salvadanai e, udite udite, anche dei "portadentini",  a forma di mucca, ranocchio, coniglio, cane, gatto, angelioletti, bebè insomma, c'è solo l'imbarazzo della scelta.

Mi piace passare del tempo qui, adoro la magia di queste mura che sanno di vecchio, si respira ancora l'odore della segatura. Non so, ogni volta che metto piede qui dentro mi sembra di entrare in un luogo fatato, al di là del tempo e dello spazio, in cui orologi convivono con aeroplani, cani con gatti, i conigli sorridono, le mucche strizzano l'occhio.

 

Esco dal mio  paradiso delle favole preferito, e proseguo a sinistra, direzione Pantheon.

Percorro cento metri, non di più, quando ecco che, in lontananza, proprio nei pressi di piazza della Rotonda, scorgo un gran frastuono.

Non ho neanche il tempo di prender coscienza di quanto sta accadendo che una macchina, sfrecciando dalla destra, si ferma  davanti a me, interrompendo il mio cammino.

Considerata la stazza, la cilindrata e i vetri oscurati, capisco subito che chiunque può esserci dentro tranne lo spazzino del Pantheon (senza togliere nulla agli "operatori ecologici", sia ben chiaro).

Ecco una schiera di bodyguards avvicinarsi al veicolo, lo sportello si apre ed esce nientepopodimenoche Gianfranco FINI (futuro Presidente della Camera, amici miei, secondo fonti Ansa). Io sono posizionata proprio davanti a lui:  un vero e proprio omone, lì per lì direi che sfiora i due metri, ma non è tanto la statura a catturare la mia attenzione, quanto il suo colorito: una carnagione bronzea, sembra appena tornato dai Caraibi, altro che spogli elettorali!

Le guardie del corpo a suon di spintoni aprono un varco respingendo la massa di curiosi che si stavano accalcando intorno alla macchina. Ironia della sorte e - soprattutto -  non so per quale motivo, io vengo, "di diritto", accorpata allo "staff" di FINI : uno della scorta infatti mi fa il cenno di proseguire e aggregarmi, chissà, forse avrà pensato che sono l'addetta alle lampade di Gianfranco!

Con la "tranquillità-cela-curiosità" che mi contraddistingue in simili situazioni, ecco che senza batter ciglio mi unisco al corteo, avremo fatto sì e no sette metri, il tempo di raggiungere un palchetto allestito (secondo me all'ultimo momento e in tutta fretta), alla sinistra del Pantheon. 

Risuonano nella piazza le parole di ALEMANNO: "Romani vi chiedo un ultimo sforzo!",  urla con voce ferma il candidato sindaco del Pdl.

Appena mi rendo conto che Piazza della Rotonda è gremita di gente, senza alcuna intenzione di render omaggio alle tombe dei re andati, mi separo dalla mesta processione a cui dolente o meno avevo preso parte, e mi mescolo tra la folla. Basta con questi vip,  voglio sentire un pò che si dice lì dal basso.

Intanto ALEMANNO ha lasciato la parola al mio "assistito", tal FINI, che si complimenta con la folta schiera di sostenitori, e dice che la vera festa è posticipata di due settimane, non appena si conosceranno gli esiti del ballottaggio.

Ed una battuta, non può mancare, sulla parte lesa di queste elezioni: " Oggi Veltroni ha dichiarato che il Pd ha pagato le colpe del precedente governo, beh non era necessaria certo una campagna elettorale di quelle dimensioni  per capire ciò!"

Mi soffermo a guardare le facce di chi mi circonda: tutti sventolano una bandiera bianca  col simbolo verde-bianco-rosso e indossano una maglietta blu  con una stampa: "Silvio c'è".

Emanano contentezza i loro occhi,  "beati loro che se la ridono" -penso.

Vorrei che salisse anche BERLUSKA  su quel palchino, con lui sì che ho da fare quattro chiacchiere:

"Bello mio - gli dirò-  io sono quasi due anni che alimento gratuitamente la macchina dei mass media. Fra 10 giorni scade il mio stage, che dici gliela facciamo questa telefonatina a Gramaglia per un contratto di collaborazione? Oppure portami tuo figlio così me lo sposo, decidi tu. Io per quel che mi riguarda  lo sforzo posso anche farlo, però non so se tu ci fai un affare, dopo, ad avermi come nuora! Capito Sì?"

 

Ma FINI mi legge nel pensiero, e conclude il suo breve intervento dicendo: "Vi porto i saluti anche di BERLUSCONI, che non ha fatto in tempo a venire".

Pazienza, vorrà dire che conserverò la domanda per un'occasione più propizia.

Così abbandono la postazione a fatica conquistata e mi porto dietro al palco, sia perchè cerco sempre una visuale particolare, e quella da dietro è la migliore, sia perchè, E SOPRATTUTTO,  il dietro del palchetto dà su Via Minerva, ed io devo passare da lì per tornare a casa!

Intanto il convegno è terminato, breve saluto conclusivo di Luca BARBARESCHI che annuncia l'ufficialità del ballottaggio RUTELLI-ALEMANNO, ed è proprio quest'ultimo che mi passa davanti, osannato come un re da una marea di ragazzi che fanno a spintoni per stringergli la mano.

Io mi guadagno un posticino di tutto rispetto appoggiandomi sul cruscotto di una delle due mercedes che  circoscrive il perimetro del palco, e fitta fitta inizio a guadarmi intorno con la speranza di vedere qualche "illustre collega" a cui stringere la mano (e per un giornalista sì che lo farei).

Ne inquadro uno, sembra ben inserito nel giro: l'avevo già visto all'inizio, mentre "accompagnavo" FINI;  ed ora lo trovo che fa tutto il bello sul palco, armato solo di blocchetto e penna. Forse però si è fatto prendere dalla troppa foga, oppure non era preparato a reggere il peso del palco, fatto sta che, a un certo punto, sta per fare un scivolone, in quanto anzichè servirsi degli appositi scalini, sulla destra, lui tenta di scendere da dietro, forse per risparmiare la fila, peccato però che stia per fare un bel salto nel vuoto, scongiurato in extremis da un tizio in giacca e cravatta, che lo sorregge e lo riporta sulla... terraferma!

Inutile dirlo che io seguo la scena nei dettagli, e faccio un gesto di stizza perchè,  porco cane, quello sì che poteva essere una notizia buona.

Già avevo pensato al titolo:

A meno di 24 ore dalla presa dei poteri

ecco già le prime cadute by Berluska

Sottotitolo:

Il Pdl tenta di far fuori un giornalista, è solo il primo di una lunga serie...

 

 

Sarebbe stato proprio un bello scoop, peccato.

 

Nel frattempo mi si avvicinano due signore di una certa età, armate di bandiera con cui in un paio di occasioni attentano alla mia incolumità.

"Siamo arrivate tardi! Cosa hanno detto? Si fa il ballottaggio?" - mi chiedono.

"Sì sì - rispondo io-  l'ha detto Luca BARBARESCHI!"

Voleva essere una battuta la mia, peccato però che loro non la recepiscano... iniziano ad esultare festanti e ad urlare: "Ignazio Ignazio Ignazio"

Io, al solito, non capisco. Ma ecco che, a due metri da noi, sta per scendere dal palco (e  mica è cretino come l'amico giornalista, lui le usa le scale!) Ignario LA RUSSA. Le donne continuano a chiamarlo, lui si gira, le vede e fa il gesto di avvicinarsi , sicuramente si conoscono, almeno stando al grado di confidenzialità che traspare dall'esterno.

"Ma dove sono i braccialetti?" - gli chiede una.

Lui, colmo dei colmi, guarda me e mi chiede: "Dove sono i braccialetti?"

Io istintivamente scuoto contemporaneamente testa e spalle, a dirgli: "Non lo so", ma poi ci penso:

Braccialetti? Quali braccialetti? E soprattutto cosa ne dovrei sapere io? Per chi m'ha scambiato ora questo qua?

Certo che questa gente tanto bene non sta,  è fuori dubbio ciò...

Ne ho viste abbastanza per oggi, e poi, signori miei, scusate ma Ignazio è veramente brutto, e dopo che una persona incrocia il suo sguardo lo shock è inevitabile, parola mia!

Così quatta quatta mi alzo il colletto della giacchetta, e prendo, finalmente, la via di casa.

Inizio la salitina che costeggia il Pantheon e, all'altezza della Biblioteca Spadolini mi giro.

Questa posizione mi permette di avere una panoramica completa, finalmente osservo il tutto dall'esterno, e così posso lasciarmi andare alle mie riflessioni.

 

Ho appena avuto a che fare con una "festa",

c'erano decine e decine di persone che esultanti festeggiavano l'inizio di una nuova era.

Ripenso alla gioia che traspariva dai volti dei ragazzi al mio fianco, ed un po' li invidio, perchè loro almeno, oggi, sono felici.

Commentavo i risultati delle elezioni, stamani, con un collega, e lui mi ha confidato di esser diventato "Apolitico" oramai.

Beh, io apolitica lo sono sempre stata, purtroppo,  non ho mai incontrato un leader che sia stato in grado di trasmettermi fiducia.

Ripenso ai due anni di governo della Sinistra, e mi vengono in mente i tre grandi flop che l'hanno vista protagonista: mi riferisco alla piaga dell'immigrazione che non è riuscita a gestire; all'emergenza sulla sicurezza nei posti di lavoro, quel dramma delle "morti bianche" che un sindacalista al governo ha fatto aumentare, anzichè diminuire. Ma soprattutto penso all'indulto,  quel provvedimento che nel 2006 rimise in libertà  27mila detenuti, risbattutti per strada senza un minimo di integrazione, un minimo di assistenza, e non è un caso se oggi il sovraffollamento delle carceri preoccupa sia a destra che a sinistra, con un surplus di circa 10mila unità, senza  contare che, i 2/3 dei "graziati" dall'indulto, si sono resi protagonisti di altri reati, e sono tornati dietro le sbarre. 

Il risultato di tutto ciò è un Parlamento che da domani non  annovererà più socialisti , e neanche comunisti, e tantomeno Verdi (vogliamo parlare dell'emergenza rifiuti?).

Prevedibile tutto ciò? Non ne sarei tanto sicura.

Soprattutto perchè è tornato al potere uno che si è già comprato Palazzo Grazioli, un edificio a 4 piani  sito a 50 metri da Piazza Venezia, e che ora mira direttamente al Vittoriano, altrimenti perchè credete che stiano facendo i lavori alla facciata principale?

C'è da stare tranquilli? No. Io non riesco a sorridere come tutti lì a Piazza della Rotonda, non riesco a sventolare una bandiera in cui non mi riconosco, non mi unisco ai cori "Azzurra libertà è il sogno che c'è in noi..."

 

Improvvisamente ho un flashback.

Era il 1993, questo stesso periodo dell'anno, avevo 10 anni.  Io, mia sorella e due nostre amiche ci eravamo precipitate a Piazza Regina, perchè il suono degli amplificatori si sentiva fino a casa. Era in atto la festa del nascente partito di FORZA ITALIA, si acclamava  l'astro nascente ciociaro, IANNARILLI, e ci avevano dato palloncini,  penne, e pure la t-shirt, che io tolsi subito però, arrivata a casa, perchè era la xl, e mi stava grande, mi faceva da vestito!

Due mesi dopo avrei avuto gli esami di quinta elementare e, visto che ero la "più brava" della classe, fui interrogata dal direttore.

Mi fece non so quante domande, a un certo punto mi chiese chi era il Presidente della Repubblica.

Io risposi, senza esitare: "BERLUSCONI".

La maestra Rita divenne tutta rossa,  al direttore andò di traverso la saliva e, dopo aver deglutito, mi disse: "No, Berlusconi ancora non è il Presidente della Repubblica".

Avevo dieci anni, era il giugno del 1993.

Forse già  lì emerse la mia indole poco spiccata ad afferrare quanto di "politico-giuridico-costituzionale" accada nel mondo.

O forse, chissà,  già  allora  ero stata in grado di vedere "oltre", preannunciando quello che sarebbe stato lo scenario futuro...

 

Magari, fra molti anni, mi ritroverò a fare lo stesso discorso ai miei nipoti. Gli racconterò che io, quel 15 aprile, finito all'Ansa ero andata al negozio di Pinocchio, ed uscita da lì -per sbaglio- mi ero imbattuta in Fini, Alemanno e La Russa, e mi  ritrovai a Piazza della Rotonda, ad ascoltare persone festanti che cantavano "Azzurra libertà....." 

 

April 03

Orfani adulti

Orfani adulti

 

 

Con mille cautele il direttore  di Vanity Fair Luca Dini , sapendo che il 10 marzo è morta improvvisamente mia madre, mi chiede di scrivere sul dolore dell’orfano adulto, “sulla nostra generazione che cresce con la certezza della presenza dei genitori, impreparata all’inevitabile”. Accetto perché dal 10 marzo non penso ad altro che a mia madre, magari scriverne ha un senso, chi lo sa. E’ troppo presto per capirlo.

Io però al dolore ero preparata da ventiquattro  anni, dal giorno che morì  mio padre. Anzi da quattro anni prima, quando seppi che era malato di cancro. Ero un’egoista di  diciotto anni e reagii malissimo, nel peggiore dei modi, disperandomi e fuggendo. Tornando soltanto per stare con lui la notte che morì, una notte che abbiamo diviso io e lui soli. E’ dolce stare accanto a chi muore. In qualche modo  quella notte mi sembrò di averlo partorito io, mio padre, mentre se ne andava dolorosamente: per niente sereno, per niente forte, umano come Cristo in croce.

Da allora non vivo più a Ferrara, e mia madre era rimasta sola nella casa dove sono cresciuta, un appartamentino luminoso con un corto corridoio che a cinque anni mi sembrava perfetto  per giocarci a palla con mio fratello Micione. Sono figlia  di genitori anziani, da piccola mia madre me lo ripeteva sempre , sottointendendo che avrei dovuto presto mantenermi da sola, e così ho fatto. Lei lo diceva per scaramanzia, in realtà sarebbe stata felice di mantenermi fino ai cinquant’anni, se avesse potuto e se glielo avessi permesso. Si chiamava Giannarosa e lo zio Ferruccio, buontempone, la chiamava “la Gennerosa”, alludendo alle sue grazie abbondanti ma anche alla sua indole romagnola, prodiga e impulsiva.

Dal giorno che mi sono trasferita definitivamente a Milano, a 23 anni, le ho telefonato o mi ha telefonato ogni giorno entro le undici del mattino, cascasse il mondo. Con mia sorella Donatella dicevamo che la mamma era della Cia: riusciva a telefonarmi in Asia, a Sarajevo durante la guerra, su un’isola senza telefono. Riusciva a chiamarmi ovunque e io riuscivo a chiamarla da ovunque, anche molto prima che inventassero i cellulari. Per anni il mio sogno ricorrente è stato dover chiamare mia madre e non riuscire a trovare un telefono. Non che facessimo grandi conversazioni: lei voleva soprattutto verificare che io fossi  viva, che durante la notte una fuga di gas o un serial killer non mi avessero uccisa. Quando poi sono nati i miei figli, voleva controllare fossero vivi anche loro. Ci vedevamo al massimo ogni due mesi, poi a Natale e al suo compleanno. Non parlavamo tanto: non potevo raccontarle quasi niente per timore che “stesse in pensiero”, così le dicevo solo cose belle, o almeno ci provavo. Non sono mai stata ottimista né allegra, quindi non credo di esserci riuscita tanto bene. Le portavo libri e regali, mangiavamo al sole, parlavamo dei bambini, criticavamo gli sconosciuti. Avevamo un legame fortissimo, cementato nell’infanzia. Non mi ha mandato alla scuola materna, secondo lei per farmi dormire di più. Faceva la maestra, usciva come una furia con la sua A112 color crema alle 8 del mattino e alle 8.05 era a scuola. Ferrara era una piccola città. Io stavo in casa con la donna delle pulizie, che un giorno rimase chiusa fuori mentre stendeva il bucato e per rientrare mi infilò dentro una finestra calandomi dal terrazzo condominiale: mia madre quando lo seppe ci morì, ma non poteva licenziarla perché se no a chi mi lasciava? L’unica nonna superstite abitava a Bologna, mia sorella Donatella faceva il ginnasio, mio fratello Micione era un gatto, mio padre faceva il rappresentante ed era sempre in giro per stalle della pianura padana con la sua 1500 carica di mangimi, portachiavi da regalare ai clienti, scatole vuote di biscotti che divorava in viaggio, agende, cartucce del fucile da caccia… Adorava il suo lavoro, la campagna, gli allevamenti, ma siccome sia lui che mia madre erano figli di laureati che per via della guerra o della loro pasticcioneria non avevano potuto finire gli studi (il babbo in Agraria e la mamma in Lingue) mi ripeteva sempre che io dovevo laurearmi e non sposarmi mai. Non mi sono laureata e mi sono sposata due volte, ma sono sicura che se il babbo mi avesse visto condurre il Grande  Fratello si sarebbe parecchio divertito e ancor  di più se quest’anno avesse potuto vedermi intervistare il suo idolo Mike Bongiorno.

Vedi direttore che non sto parlando di morte? Forse hai ragione tu a dire che la nostra è una generazione  impreparata al dolore. Ma la morte è questo: è la vita, sono i ricordi, è la nostra infanzia, è la nostra storia. E’ amore. Tutto l’amore che chi se ne va ci ha dato. Per quello piangiamo e soffriamo così tanto quando ci muoiono i genitori : sappiamo bene che nessuno ci amerà mai più così. Ci piangiamo addosso, meschini.

Se muoiono di malattia è un’agonia. Se muoiono improvvisamente una sciabolata nel cuore. Ti manca un pezzo e non ci puoi credere che potrai vivere senza il loro sguardo che ogni giorno ti manca di più. Capisci che l’unica cosa che conta nella vita è l’amore che puoi dare a chi te lo chiede, che siano i figli o i nonni o la prima persona che incontri per strada. Ti illudi che passerai il resto della vita ad amare gli altri. Forse lo farai. Forse no.

 

 

postato da: Daria Bignardi alle ore: 10:42

fonte:  http://bignardi.style.it/ 

March 26

Rispondo

RISPONDO

 

 

"Mi sono trovata qui per caso...
bello il tuo blog, ma ho una cosa da chiederti: sei proprio sicura di voler fare la giornalista?
pensaci..."

 

Questo il commento lasciatomi ieri su queste pagine da una blogger, non meglio identificata come "Elisa".

Volevo risponderle stamattina, non l'ho fatto. Lo faccio ora, anche se è peggio. Perché stamattina le avrei scritto più o meno così:

"Intraprendere la strada  del giornalismo è l'unica cosa di cui sono sicura, in questo momento della mia vita. E so che è difficile, so che è un mondo chiuso, so che la fatica è tanta ed i soldi sono pochi, soprattutto all'inizio. So tutto questo e molto di più. Ma soprattutto so che, questa professione, è l'unica cosa in grado di farmi stare bene".

Questa, in pillole, sarebbe stata la mia risposta. Ma ora no, non mi sento di sottoscrivere queste parole.

 

Oggi doveva essere una giornata esemplare,

l'avevo programmata nei minimi dettagli.

E' il 25 Marzo, il compleanno di mamma e, per una volta, avrei voluto che questo giorno non scivolasse nella routine quotidiana. Ma non ci sono riuscita.

Eppure avevamo organizzato le cose in grande io e Noemi.

Lei si era addirittura presa una giornata di ferie.

Anche io, nel mio piccolo, mi ero presa le "ferie": avevo chiamato ieri al giornale, per dire che oggi non sarei andata in redazione, e non mi era stato fatto alcun problema.

Un sms anche a quelli dell'Ansa, solo per avvertire che, in data 25 Marzo, la stagista di turno  non si sarebbe presentata ai posti di combattimento. Tutto tace lì, e chi tace acconsente, tanto meglio.

 

Avevamo pensato ad una gita di famiglia, una pasquetta posticipata, e la meta l’avevo scelta io: ORVIETO.

Perché è da quando frequentavo la  quarta elementare che voglio andare ad Orvieto. Facendo  le ricerche di geografia sulla Guida d’Italia della Esso, quella rossa, ero rimasta ammaliata davanti la foto della sua cattedrale.

Sono quindici anni che dico a papà di portarmi a vedere la cattedrale di Orvieto, e questa volta l’avevamo pattuito:

Compleanno di mamma = cattedrale di Orvieto.

 

Prima c’aveva pensato il tempo a metterci lo zampino,

pioggia, freddo e neve a volontà, la gita fuori porta non è certo l’ideale in questi giorni.

Ma non sarebbero bastate le previsioni meteo a fermarmi. In fondo a Pasquetta io al mare ci sono andata ugualmente, e chi se ne frega di Giuliacci.

 

E’ stata una segnalazione, giuntami ieri sera e in un primo momento ignorata, a cambiare i miei piani.

“Ho uno SCOOP, ma non so se lo sapete già” – dico allo sventurato che mi risponde stamani in redazione.

“Cosa?”- fa lui.

“E’ successo questo, questo e quest’altro”.

“Davvero? No non lo sapevo”

“Si decide tutto oggi pomeriggio alle 14.30. Io vado e vedo un po’ quali notizie riesco a raccogliere”.

“Ok ci sentiamo nel pomeriggio”.

 

Detto fatto. Puntuale come un orologio svizzero mi presento all’appuntamento,ed assisto, quasi inerme, a novanta minuti di liti, insulti, risa. Impossibile annotare tutto sul block notes, difficile distinguere le notizie vere dalle semplici chiacchiere, le persone che contano da quelle che occupano solo una posizione simbolica.

E soprattutto cercare di ricostruire l’esatta dinamica dei fatti, far quadrare date, punti, soldi.

Perché poi ti prendono da una parte e ti dicono una cosa,

ti stirano dall’altra e te ne  dicono un'altra,

e ti obbligano a schierarti – tu da che parte stai? – ti chiedono.

E vagli a spiegare che tu sei alla ricerca solo dei fatti, dell’obiettività della notizia, al di là del mero interesse individuale, collettivo, societario che dir si voglia.

 

E quasi alla fine arriva uno, un signore dallo sguardo vispo, che mi è stato simpatico fin dal primo giorno perchè è l’unico che mi ha sempre salutato, parlato, aiutato in alcune circostanze.

Si avvicina verso di me e mi punta l’indice contro: “Ho letto i tuoi articoli, e non mi piacciono assolutamente. Se guardi le partite con quegli occhi posso dirti che tu di calcio non ci capisci niente. Non so cosa TU voglia fare nella vita, ma se ti vuoi occupare di sport allora cambia, datti alla pallavolo, al pattinaggio”.

Queste parole che mi gelano.

Vorrei ribattere, riesco a malapena a chiedergli a cosa si riferisse.